I tanti mondi di Istanbul

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Non è il Bosforo a dividere in due Istanbul: è il Corno d’ Oro.

E’ vero, dall’ altro lato dello stretto, su terra che è già Asia, questa tentacolare città continua – unita da due ponti e da centinaia di traghetti al giorno – con  sobborghi dai nomi carichi di storia; come Kadiköy, che è l’ antica Calcedonia, porta della Bitinia, colonia greca, sede nel 451 del Concilio che cercò inutilmente di sancire l’ uguaglianza fra la sede apostolica di Roma ed il patriarcato di Costantinopoli.

Il Bosforo e Kadiköy sullo sfondo

Ma se vi fate suggestionare dai nomie dalla storia resterete delusi: Kadiköy oggi è soprattutto un porto mercantile le cui immense gru rosse dominano il panorama quando lo si osserva dall’ altro lato dello stretto, ovvero dall’ Europa.

Per quanto ricchi di moschee, di yali (le antiche case in legno che danno direttamente sul mare e che perlopiù cadono mestamente in rovina, preda del tempo e degli incendi) e preziose dimore ottomane, i quartieri situati in Asia Minore sono la periferia di Istanbul; la vera città vive sul versante europeo ed il suo confine interno è il Corno d’ Oro, attraversato dall’ imponente massa ferrosa del Ponte di Galata: “per vedere la popolazione di Costantinopoli bisogna andare sul ponte galleggiante, lungo circa un quarto di miglio, che si stende dalla punta più avanzata di Galata fino alla riva opposta del Corno d’oro, in faccia alla grande moschea della sultana Valide.

L’una e l’altra riva sono terra europea; ma si può dire che il ponte unisce l’Europa all’Asia, perché in Stambul non v’è d’europeo che la terra, ed hanno colore e carattere asiatico anche i pochi sobborghi cristiani che le fanno corona. Il Corno d’Oro, che ha l’aspetto d’un fiume, separa, come un oceano, due mondi”.

Da questo punto di vista, poco o nulla è cambiato dal 1878, quando un Edmondo De Amicis meravigliato ed affascinato si avvicinava in piroscafo alla costa di Istanbul ed iniziava a scrivere il suo resoconto di viaggio.

Il Ponte di Galata e la torre di Galata al  tramonto

A nord c’è la Galata medievale, colonia genovese, con le vie anguste che si arrampicano impervie su per la collina di Beyoğlu, quasi dei carruggi; più su la cosmopolita Pera, la Istanbul moderna delle ambasciate europee, dei licei più prestigiosi, delle banche, dei caffè alla moda: “la Westend della colonia europea, la città dell’ eleganza e dei piaceri” (è sempre De Amicis che parla), circondata dai quartieri dove sorgono i condomini più prestigiosi, come Nisantasi – il quartiere più cool del momento – o Levent, il nucleo della Istanbul ipermoderna.

I turisti sembrano preferire Pera e Galata ai quartieri dall’ altro lato del Corno d’ Oro: è qui che si concentrano i migliori alberghi, è da questo lato che attraccano le navi da crociera è qui che si affollano nei locali dei vicoli paralleli ad Istiklal Caddesi i giovani alla ricerca della movida turca; certo, poi vanno a visitare le meraviglie architettoniche di Sultanahmet, si tuffano nel Grand Bazar, ma dopo tornano dall’ altro lato del Corno d’ Oro.

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Ed invece, dall’ altro lato non ci sono solo Santa Sofia, la Moschea Blu, il Topkapi; a sud del ponte si stende la Istanbul più tradizionale e tradizionalista, che vive sui resti di Bisanzio e Costantinopoli, con i suoi quartieri silenziosi dalle vie strette, i ritmi ancora non influenzati dalla frenesia della metropoli, i rioni degli Ebrei e dei Greci ( i discendenti dei Paleologhi e dei Comneni), i venditori ambulanti di verdure con i loro carretti, i gatti randagi che si godono il sole nelle piazze, moschee e minareti, chiese bizantine e cimiteri ottomani, parchi di erba stenta dove le famiglie trascinano le griglie per il barbecue, e poi i bazar con i loro odori ed i loro afrori, la folla: “Le notizie degli avvenimenti d’Europa, che circolano per Galata e per Pera, vive, chiare, minute, commentate, non giungono all’altra riva che monche e confuse come un eco lontano; la fama degli uomini e delle cose più grandi dell’Occidente s’arresta dinanzi a quella poc’acqua, come dinanzi a un baluardo insuperabile; e su quel ponte dove passano centomila persone al giorno, non passa ogni dieci anni un’idea”. Edmondo De Amicis romanticamente esagerava, ma davvero la Istanbul a sud del Corno d’ Oro è un pezzo d’ Asia traslato in terra europea.

Il tram storico di Istiklal Caddesi Istanbul

Da Galata bastano due fermate di tram o dieci minuti di passeggiata per attraversare il ponte – sempre affollato di pescatori che tentano la sorte proprio nel punto in cui le acque del Corno d’ Oro e quelle del Bosforo si confondono –  e ritrovarsi ad Eminönü, il porto dei pendolari di Istanbul; un’ area enorme sempre affollata e piena di bancarelle che vendono kebab, sottaceti, cozze ripiene, mentre alle banchine sono ormeggiate le barche dove si cucinano sulla brace gli sgombri che poi – infilati in panini assieme a qualche foglia di lattuga – verranno venduti ai passanti affamati ed agli stranieri curiosi.

Venditore di pesce ad Eminonü

Una volta superato il terminale ferroviario di Sirkeci – che offriva ai viaggiatori appena scesi dal mitico Orient Express la vista affascinante del Bosforo e della Punta del Serraglio e che oggi ospita le littorine dei pendolari ed i rari treni diretti in Europa – all’ improvviso il rumore si affievolisce, le strade si restringono, il traffico si dirada e con esso gli incessanti colpi di clacson: Sultanahmet, Cankurtaran ti accolgono con strade acciottolate e fiancheggiate da case in legno, alcune splendidamente restaurate, altre cadenti, altre distrutte dagli incendi, che qui non sono rari. In cima alla collina si ammassano le meraviglie e si affollano i turisti, ma basta continuare lungo la piazza dell’ Ippodromo, per una volta disinteressarsi della splendida Moschea Blu alla vostra sinistra, iniziare a discendere la collina dal lato opposto rispetto al Palazzo Topkapi, e la folla per incanto scompare, le strade si fanno ripide ed offrono scorci splendidi sul Mar di Marmara affollato di petroliere alla fonda, il silenzio cala, ci si aggira tra i resti del muro di contenimento dell’ Ippodromo romano e colonne bizantine in rovina, e ci si imbatte in capolavori meno noti come la “Piccola Santa Sofia”, che fu realizzata sotto Giustiniano e successivamente convertita in moschea; è circondata da un portico che ospita una medresa ed un delizioso caffè dove ci si può fermare a ristorarsi e godersi silenzio ed intimità. Poco oltre la ferrovia ci sono i ristoranti di Kumkapi, dall’ altro lato a poche centinaia di metri, le torme di bus turistici, ma qui tutto è pace e pace resta finché non si scavalla di nuovo la collina, si attraversa Divan Yoiu Caddesi – solcata dalle rotaie di un tram ipermoderno – e ci si ritrova nell’ affollatissimo Gran Bazar, dove Istanbul torna ad offrire la sua faccia più conosciuta di caos e strade troppo strette anche per le auto.

Piccola Hagya Sofia Istanbul

Forse tra meno d’un secolo bisognerà andar a cercare i resti della vecchia Turchia in fondo alle più lontane provincie dell’Asia Minore, come si va a cercare quelli della vecchia Spagna nei villaggi più remoti dell’Andalusia (E. De Amicis)

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