La magia di Aleppo (prima della guerra)

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Ci hanno spiato in continuazione mentre eravamo in Siria. O forse è solo la mia immaginazione che assembla i fatti come le piace, alla luce di quello che è successo solo pochi anni dopo.

In ogni caso è stato un viaggio segnato da presenze improvvise, e benevole, dappertutto.

Siamo al confine, per tornare in Turchia.

Dopo aver raggiunto Latakia in pullman, uno scassato Ape Piaggio ci ha lasciato al bivio del valico di Kessab.

Gli edifici della dogana li abbiamo raggiunti a piedi e lì è iniziata la solita tiritera del controllo doganale.

L’ addetto siriano ci squadra, vuole sapere cosa ne pensiamo di Israele poi ci chiede la tassa di uscita. Devo cambiare gli ultimi dollari, ma dove? Lo stesso addetto chiama ad alta voce un giovanotto che è lì vicino. E’ alto, magro, barba nera, occhi accesissimi. Si parlano in arabo, poi il giovane mi fa segno di seguirlo. In una stamberga a fianco c’è la filiale di una banca. O forse è solo un ufficio cambio. Fa niente, cambio il necessario, pago quanto dovuto e siamo al controllo turco.

Qui le cose vanno molto più spedite e ci ritroviamo fuori, sull’ enorme piazzale che accoglie i TIR e che oggi è vuoto. Completamente vuoto. Chilometri quadrati di asfalto grigiastro e niente e nessuno;  non ci sono neanche i taxi collettivi che dovrebbero portarci a Yayladağı. Sono almeno 5 chilometri. E lì dovrebbe esserci un bus per Antakya.

Non resta che caricarci gli zaini in spalla e camminare. Ma mentre ci avviamo sento una voce alle spalle che mi chiede se abbiamo bisogno di un passaggio.

Quanto vuoi?” chiedo senza neanche voltarmi, già memore delle lunghe trattative per l’ Ape Piaggio di qualche ora fa.

Non voglio soldi, solo chiacchierare con degli stranieri

Mi volto: è lo stesso tipo alto e barbuto che mi ha accompagnato a cambiare i dollari. Da dove è spuntato fuori in questo vuoto assoluto? E all’ improvviso ha anche imparato a parlare in Inglese.

Decidiamo di fidarci, saliamo su una simil-Fiat ugualmente spuntata fuori dal nulla.

Nei cinque chilometri che ci separano da Yayladağı ci racconta che è Siriano ma ha una zia ad Antakya e sta andando a trovarla, quindi può portarci fin lì. Però una volta raggiunto il paese dove avremmo dovuto aspettare il nostro bus, si ferma, spegne il motore. Apre lo sportello e ci fa segno di aspettare.

Torna dopo 5 minuti con due pacchetti.  “Qui fanno i migliori lokum della zona” e ce li offre.

Nell’ oretta di viaggio che ancora ci resta per raggiungere Antakya, ci racconta dei suoi sogni e dei suoi studi. Chiede delle nostre vite, ci mostra il quartiere dove sarebbe cresciuto assieme alla zia. Quando ci salutiamo lo scambio di indirizzi mail è il minimo sindacale, ma non risponderà mai a quelle che gli ho inviato.

La magia di Aleppo (prima della guerra)

Giorni prima, ad Aleppo, il centro del sapone all’ olio d’ oliva e degli hammam. Il fascino del Medio Oriente e delle sue genti, l’ emozione che si prova a passeggiare per le strade di uno dei centri abitati più vecchi della storia dell’ uomo, proprio lì dove la civilizzazione umana ha avuto inizio.

Dal nostro albergo per raggiungere la zona del souq e della moschea degli Omayyadi bisognava attraversare Al-Jdeida, il quartiere cristiano. E’ (anzi, era) uno dei posti più affascinanti della città: strade strette e fiancheggiate da altissimi muri di pietra che proteggono e nascondono le abitazioni. Se un portone si apre all’ improvviso, è solo per il tempo necessario e gli unici fotogrammi che si riesce a rubare sono quelli che finiscono sulla retina.  

La magia di Aleppo (prima della guerra)

In questi veri e propri canyons viari, la luce del sole entra tagliente e decisa, ritaglia ombre impenetrabili e si riflette sui lampioni.

C’ era sempre poca ressa, ma l’ orientamento era difficile finché non si raggiungeva l’ unico punto in cui il quartiere si allarga in una piazza  circondata da negozi, bar e ristoranti.

Piazza Al-Hatab era un posto molto vissuto ed affollato a qualsiasi ora del giorno e della notte. Dalle immagini che trovo in rete, ancora oggi è completamente distrutta, come d’ altronde l’ intero quartiere di Al-Jdeida. Hanno avuto la sfortuna di ritrovarsi proprio sullalinea del fronte durante i combattimenti. Anche il piccolo e simpatico albergo dove alloggiavamo, quasi la riproduzione di un antico caravanserraglio, è chiuso per sempre. Me lo dice sempre Google Maps, ma speriamo che si sbagli.

Soprattutto di notte, la piazza si animava.

Se di giorno si sonnecchiava assecondando i ritmi dettati dal sole implacabile, col calare del sole l’ intera area si affollava. Uomini, famiglie, bambini anche da soli. I negozi erano ancora aperti e le terrazze degli alberghi e dei ristoranti offrivano punti di vista privilegiati ed un’ aria un po’ più fresca.

Dopo aver perso tempo nella piazza ad osservarne la vita, bisognava infilarsi in altri vicoli, affollati ed ancora più stretti fino a raggiungere la moschea ed il vecchio mercato.

Non ci mettemmo molto a renderci conto che qualcuno ci seguiva in quei vicoli. E lo faceva anche con poco pudore. Ce lo ritrovavamo di spalle o a fianco ad ogni angolo. Ci guardava. Poi continuava a seguirci. E così ogni giorno.

Poi capitò una buona volta che a furia di girare col naso all’ insù, porsi domande e fantasticare su ciò che potrebbe esserci dietro a un muro o una finestra, ci perdemmo. Ed una volta perso l’ orientamento, in quel labirinto è difficile ritrovare la direzione. Non è il bosco di Pollicino, a furia di girovagare poi da qualche parte si sbocca. Ma potrebbero volerci ore.

Quella volta il nostro pedinatore si rese conto del nostro smarrimento; come se fosse la cosa più naturale del mondo e non il risultato del suo costante starci alle calcagna, ci fece segno di seguirlo. Girammo un angolo, poi un altro, ecco un passaggio nascosto tra due negozietti e sbucammo all’ ingresso del souq!

Non abbiamo avuto modo di ringraziarlo, perché l’ unica volta in cui avrebbe dovuto essere vicino a noi era scomparso. Non lo abbiamo più rivisto.

Il vecchio souq era (prima della guerra, ma mi raccontano che è stato restaurato) un vero e proprio labirinto di vicoli coperti, antichi caravanserragli e moschee, raggomitolato alla base della collina sulla quale sorge la poderosa cittadella. Chilometri e chilometri di negozi e bancarelle sempre affollatissimi, di vicoli pieni di gente, biciclette, carretti, asini e motorini. Un laboratorio di umanità varia.

La meraviglia di una prossemica sconosciuta ed eccessivamente intima. L’ inquietudine che nasce dall’ incrociare gli occhi di una donna che solo gli occhi mostra: privi di ogni altro riferimento espressivo, crediamo di precipitare nel profondo di quelle iridi, ma soprattutto è forte la sensazione reciproca di essere frugati nel profondo dell’ intimo, senza barriere protettive.

La magia di Aleppo (prima della guerra)

Ma il sapone di Aleppo lo avete mai provato?” all’ uscita del Bimaristan Arghan fu un giovane appoggiato al muro a chiedercelo.

Il Bimaristan Arghan è uno splendido edificio della metà del quattordicesimo secolo, ricco di intricati elementi architettonici e di ornamenti, con una grande fontana ed un pozzo nel cortile principale. Fu costruito dai sultani mamelucchi per essere utilizzato come ospedale, anche psichiatrico. È un luogo affascinante, dove sembra di poter ancora sentire le presenze degli sfortunati che lo hanno abitato. Contemporaneamente sorprende per la straordinaria razionalità, direi quasi modernità, delle scelte costruttive e della divisione degli spazi. So con certezza che anch’ esso è stato gravemente danneggiato durante la guerra civile.

Il sapone Aleppo, quello profumato, dolce ed ottimo per lavarsi. Ne avevamo comprato un bel po’ da quel simpatico negoziante di Piazza Al-Hatab.

Ma certo, ne abbiamo anche comprato tanto

Ma non quello giusto. Quello lo produco io”. E via a parlarci dell’ attività avviata dai suo padre, dai suoi nonni forse.

Lo esportiamo anche. Adesso stiamo per chiudere un contratto con dei grandi magazzini francesi. Come si chiamano? Carrefour?

Venitemi a trovare un giorno, vi mostrerò tutto il processo di produzione. Mi troverete spesso qui, e la fabbrica non è lontana

Neanche lui abbiamo più incontrato nonostante numerose puntate proprio all’ uscita del Bimaristan Arghan. Non abbiamo mai visto il processo produttivo del sapone, sottoponendoci poi alla solita tortura dell’ offerta di vendita di quantità spropositate a prezzi incredibili. Eppure ci saremmo andati volentieri. Anche il giovane produttore di sapone va ad ingrossare la lista delle presenze vaghe ed invisibili della città di Aleppo.

Mi capita a volte  di ritornare su queste vecchie fotografie e soffermarmi su quegli angoli di questa bellissima città che so ormai distrutti. E guardandole, sovvengono anche i ricordi: gli odori, la atmosfere, i miei stati d’ animo di allora, gli sguardi curiosi dati e ricevuti. Poi rivedo quei pochi ritratti che sono riuscito a realizzare, soprattutto quelli dei più giovani. Dovrebbero essere adulti ormai. Se sono sopravvissuti che avrà fatto di loro un decennio di guerra?

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1 thought on “La magia di Aleppo (prima della guerra)

  1. vincenzo pastore says:

    bellissime foto… complimenti!
    guardandole si ha veramente la possibilità di sentirsi proiettati il quei posti… con colori… rumori ….odori … e sapori
    vincenzo

    Rispondi

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