ZAGOROHORIA: CANYON, PONTI E CASE DI PIETRA

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ZAGOROHORIA: CANYON, PONTI E CASE DI PIETRA

Ho seguito le funeste sinuosità di Cocito attraverso le pianure tesproziane in Epiro, non lontano dalla profonda forra sotto l’indomabile Suli dove l’Acheronte cade con rombo di tuono.

(P. L. Fermor; Mani)

L’ orizzonte è frastagliato di picchi rocciosi. 

L’ estate greca muore lentamente, ma qui l’ aria gelida di montagna, i focolari già accesi nelle case, le piogge improvvise fanno capire che la stagione sta cambiando.

Un vento fresco accompagna via gli ultimi tepori.

I monti del Pindo sono l’ ultima costola dei Balcani.

Dal Nord della Grecia la catena prosegue in direzione Sud-Est e terminerà solo nel Peloponneso. Ma quel luogo di confine tra Ionio ed Egeo è molto lontano da dove mi trovo adesso. Sono in Epiro.

Montagne alte, ispide, difficili da valicare, dove si schiantarono e congelarono gli Alpini partiti per “spezzare le reni alla Grecia”. Valli ripide e scoscese, solcate nel fondo da torrenti impetuosi e punteggiate di paesini con case di pietra e tetti di ardesia. Tra le rocce ed i boschi sorgono antichi monasteri.

ZAGOROHORIA: CANYON, PONTI E CASE DI PIETRA

Aristi, Papingo, Monodendri, Vikos, Dilofo, Kapesovo, Tsepelovo, Kipoi sono i nomi di alcuni di questi villaggi. Case di pietra costruite in cerchio intorno alla piazza principale, dove sorge anche la chiesa.

Questa è la Zagorohoria.

ZAGOROHORIA: CANYON, PONTI E CASE DI PIETRA

Dai tempi in cui la carrozzabile non esisteva, questi villaggi sono collegati da sentieri. I ruscelli vengono superati con ponti di pietra, a schiena d’ asino, con una, due e più raramente tre luci. Sono molto ripidi, che uno si chiede come potessero riuscire a passare lì sopra i carri carichi di mercanzie.

Tutto risale al XVIII secolo, quando questo spicchio di valli e montagne era una provincia inquieta dell’ impero ottomano.

Ma la pietra resiste bene al tempo. Ed anche all’ acqua. Perciò di questi vecchi ponti ne rimane ancora un buon numero, in diversi stati di conservazione.

ZAGOROHORIA: CANYON, PONTI E CASE DI PIETRA

Questa non è la Grecia dei cataloghi e delle isole. Anche i suoi abitanti sono diversi. E’ ben presente quella dura influenza dorica che si addolcisce proseguendo verso lo Ionio. Meno espansivi, taciturni, sembrano a prima vista quasi ostili. Donne e uomini di montagna che hanno nel DNA l’impronta di una vita difficile. Sembra quasi che rifletta le spigolosità delle case di pietra dove abitano. O forse è il contrario….

Aristi

Strade e vicoli acciottolati. Poche persone, quasi nessun rumore di automobile. Il sole si riflette sulle pietre delle case, crea piccole pozze di luce ed ombre profonde. Sono il punto di ristoro dalla calura , dove si rifugiano gli anziani nei lunghi pomeriggi d’ estate. Ma oggi è fresco anche in pieno sole.

Immancabile il kafenio in piazza. E’ il luogo d’ incontro del paese, si possono fare interessanti conoscenze se si parla un po’ la lingua; se invece l’ unico rifugio è l’ Inglese, resta comunque un gran bel posto dove sedersi all’ ombra di una pergola ed assoggettarsi al rito greco del caffè.

Già al momento dell’ ordinazione si è sottoposti ad una specie di interrogatorio.

Vuole un caffè? E che caffè?”

Un espresso, in Grecia sinceramente non lo consiglio a nessuno. Allora un Frapé? (Si con una sola P)

Lo fanno shakerando caffè liofilizzato e ghiaccio. Può essere un’ idea.

E allora lo preferisce con latte o senza?

Con questo venticello che scende dalle montagne forse è preferibile un caffè greco; l’ Ellinikò, che è diretto discendente del caffè turco. Ma non ditelo in giro e non chiamatelo caffè alla turca se volete evitare complicazioni internazionali anche a livello diplomatico.

Si chiama Caffè Greco.

E lo vuole con bicchiere d’ acqua o senza?

E quanto zucchero?

Variglikos (con tanto zucchero)?  Glikos (dolce)? Metrios (medio)? Sketos (Amaro)?

Terminato l’interrogatorio, dopo un po’ finalmente il caffè arriva e ci si può predisporre a gustarlo, non senza avere atteso che la posa si sedimenti sul fondo della tazzina.

Intorno c’è un paesaggio di rocce e boschi, poco abitato, poco sfruttato. Molti pascoli, poche coltivazioni. Però, i fagioli di queste zone sono ottimi.

ZAGOROHORIA: CANYON, PONTI E CASE DI PIETRA

Mentre mi godo il caffè mi viene in mente che questa è una delle regioni di produzione della feta.

Io adoro la feta.

Mi viene voglia di provare il sapore di quella vera, originale, artigianale. Ed allora chiedo dove posso trovarla.

Il supermercato più vicino è a venti chilometri da qui

C’è qualcosa di strano nel modo di rispondere dei Greci. La prima risposta non è quasi mai quella che ti serve. E’ come se volessero disorientarti. O forse vogliono capire se sei veramente interessato.

La feta del supermercato la trovo anche in Italia

Allora la cassiera del bar capisce e mi spedisce verso una casetta un po’ fuori dal centro del villaggio. Viene ad aprirmi una signora tutta rattrappita, con uno scialle rosso sulle spalle. Porta occhiali giganteschi. I capelli radi ed improbabilmente ricci. Ci si intende a gesti e con una sola parola: Feta.

  • Zagorochoria. La casa della signora della feta
  • Zagorochoria. La signora della feta,

Mi fa cenno di entrare. Casa sua è di un disordine cosmico.

Mi districo tra una cucina economica, oggetti sparpagliati dappertutto sul pavimento di cemento, contenitori rivoltati e serti d’ aglio appesi ai muri.

Lei apre uno stipo, ne tira fuori un contenitore di alluminio e finalmente eccola lì, la feta fatta con pecore e capre di casa sua. E’ poca, ma non ne ha altra. Bisognerebbe attendere la prossima produzione.

Il prezzo è di due Euro e comprende anche un mezzo sorriso quando saluto e vado via ed uno sguardo agli animali che hanno collaborato alla produzione di questa bontà. Pascolano tranquilli sul retro della casa.

Kipoi

Il nome di questo villaggio significa giardino.

Ancora case di pietra e tetti di ardesia che si aggrumano nel punto più basso della valle.

La taverna è accogliente e rifocilla prima di avviarsi verso la ricerca dei ponti di pietra.

Il primo che incontro si chiama Lazaridis. Per raggiungerlo si segue un sentiero in una stretta valle, ombroso e punteggiato di ciclamini.

E’ un ponte ad una sola luce che attraversa il greto di pietra del Vikakis e sbuca proprio di fronte ad una ripida falesia. Da lì penzolano al vento, simili a bandierine votive tibetane, cime e ganci multicolori degli arrampicatori.

ZAGOROHORIA: CANYON, PONTI E CASE DI PIETRA Ponte Lazaridis

E’ autunno, con colori splendidi tutt’ attorno, ma con poca acqua nei fiumi, dopo la siccità estiva.

E’ il momento giusto per una passeggiata che sogno da quando ero bambino.

Voglio vedere il fiume come lo vede l’acqua quando scorre.

Lungo il fiume

E allora da uno di questi ponti di pietra mi calo verso il basso e mi incammino lungo il greto sassoso. Ci sono delle pozze d’acqua ma sono facilmente superabili.

Vado avanti lento, ondeggiando tra pozzanghere e ciottoli. Gli alberi spesso nascondono completamente il cielo sotto la loro coltre rosso verde. Tra le radici esposte a bordo fiume è tutto un brulicare di piccoli animali. Fruscii e schiocchi mi confermano che animali di taglia maggiore sono in giro ma non hanno voglia di farsi vedere.

ZAGOROHORIA: CANYON, PONTI E CASE DI PIETRA

Proseguendo, i sassi si fanno più grossi fino ad assumere le dimensioni di quelli che sono sicuramente degli scogli quando il fiume esiste. E’ l’ anticamera di una rapida in attesa del suo fiume, che ridiscendo come un normale trekker.

Senza acqua che scorre e con poco vento, il silenzio è idilliaco. 

Ancora qualche passo incerto su pietroni instabili ed ecco un altro ponte. Questo si chiama Mylos ed è più grande. Portava al mulino del paese, che è ancora lì, sull’ altra sponda, ormai in disuso.

Il fiume, o meglio il suo alveo, continua la sua marcia verso valle ed io con esso. Adesso il percorso è esposto, gli alberi si sono allontanati ed il sole picchia forte anche se siamo in ottobre. Sono in un greto, ma non c’è acqua per dissetarsi. Mi era già capitato una volta. Ma allora ero in Tanzania a seguire gli Hadzabe nella loro caccia quotidiana.

Non ci sono più rumori di animali, solo il rombo di qualche automobile che passa lungo la strada, più in alto. Dietro un’ ansa ecco un altro ponte. Tre archi in pietra che nascondono una sorpresa.  Dall’altro lato, il fiume si allarga. Quando c’è acqua probabilmente qui ci sarà un laghetto. E nel mezzo di questo ipotetico stagno spuntano dozzine di cairns, le montagnelle di sassi costruite di solito per segnare un sentiero.

Qui segnano un paesaggio e l’ attesa del passaggio dell’acqua sotto al ponte.

ZAGOROHORIA: CANYON, PONTI E CASE DI PIETRA. Cairns nel letto del fiume

La forma dei cairns è molto simile al profilo delle rocce del profondo canyon nel quale il fiume inizia a scorrere subito dopo. E’ qui che devo abbandonare  il mio percorso fluviale. Per proseguire ci vorrebbero attrezzi da arrampicatore.

Monodendri

Bisogna arrampicarsi a Monodendri per avere la migliore vista sulla Vikos Gorge, per vederla dall’ alto nella sua interezza prima di decidere eventualmente di attraversarla. Un’ esperienza intensa e faticosa, che però ripaga con splendide viste, una natura quasi incontaminata e tanto silenzio.

In fondo all’ abitato, dopo circa un chilometro c’è il monastero di Moni Agias Paraskevis, la santa che nelle credenze popolari guarisce dal mal di testa. 

Zagorochoria Monodendri Hagia Paraskevi

È poco più di una cappella, costruito proprio sul ciglio del burrone, con poche cellette intorno. Tutto molto intimo, raccolto, come da tradizione bizantina.

E come da tradizione bizantina, c’è una magnifica vista, di quelle che i monaci ortodossi si sono sempre saputi regalare. Aiuta a concentrarsi in raccoglimento e preghiera.

Zagorochoria
Il canyon Vikos

Questa volta il panorama è su quella che il Guinness dei primati definisce la gola più profonda del mondo in rapporto alla sua larghezza. Talmente profonda che da qui non si sente lo scroscio dei ruscelli che vi scorrono e convergono poi a formare il fiume della regione, il Voidomatis.

ZAGOROHORIA: CANYON, PONTI E CASE DI PIETRA Zagorochoria Vikos Gorge

E non si sentono neanche quei suoni arcani, a volte frammisti ai suoni naturali, che la mitologia del luogo vuole pericolosi: ”flauti ed altri strumenti che suonano, violini, chitarre, mandolini, ma non c’è nessuno che suona. E’ male, male, male. Male per le greggi, male per noi, male per tutti.”

Dopo le asprezze precedenti, il sentiero che sbocca dalla gola va infine placido e pianeggiante lungo la riva del fiume, in mezzo agli alberi. Costeggia i resti di quello che forse era un antico tempio.

Ombra, acqua verde, riflessi dorati. Silenzio.

Adesso si sente la fatica delle decine di chilometri percorsi.

Attraverso un cespuglio e tra i rami, controsole, vedo la sagoma di un grosso animale, con le zampe nell’ acqua. E’ troppo grande per essere una lontra o una nutria. Mi avvicino seguendo il sentiero ed osservo incuriosito. L’ animale si sta spostando nella mia stessa direzione. Quando lo raggiungo, mi accolgono due occhioni chiari e poco espressivi. E’ un toro al pascolo fluviale.

Sono ormai a pochi chilometri da Aristi, la gola si è allargata in una valle ombrosa.

La corrente rallenta la sua corsa e si allarga. Le acque sono così trasparenti che si potrebbe contare ogni sasso sul fondo. Dicono che il Voidomatis sia uno dei fiumi meno inquinati d’ Europa.

Vedo passare un gommone pieno di persone pronte per il rafting. Si allontana, e quando il loro sommesso vociare scompare, il silenzio è di nuovo quasi perfetto. Si sente solo l’ acqua scorrere piano.

Sulla mia testa c’è un altro ponte.

Zagorochoria. Rafting nel Voidomatis

E’ stretto e molto ripido. Almeno per un’ automobile. I tre archi su cui poggia ne fanno uno dei ponti di pietra più grandi, ma soprattutto lo fanno assomigliare ad un enorme bruco che scavalca il fiume.

Scendendo verso valle, il Voidomatis si ingrossa grazie a nuovi affluenti. E’ lungo solo 15 chilometri questo fiume, ma poco prima di raggiungere l’ Aóos di cui è tributario, si regala un’ ultima cascata attraversata da un altro ponte in pietra, quello di Gefira.

ZAGOROHORIA: CANYON, PONTI E CASE DI PIETRA. Ponte di Gefira

Poi rallenta, si tranquillizza. Sembra prendersi il suo tempo prima di andare a riversarsi nell’ Aóos.

La radura è costeggiata di salici, con invitanti panchine all’ ombra. La chiesa in fondo è chiusa, non c’è nessuno e tutto invita ad un placido sonnellino prima di dirigersi verso i misteri ottomani di Giannina.

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