Gran Sasso: le Highlands italiane

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Gran Sasso: le Highlands italiane

L’aquila stride e vola in grandi cerchi sopra di noi.

È sorpreso anche il pastore, che la osserva col binocolo dal suo stazzo. O forse è solo preoccupato per i suoi agnellini.

Più tardi la rivedremo, osservandola dall’alto di una delle vette faticosamente raggiunte: continua la sua perlustrazione circolare ed a non curarsi di noi.

Gran Sasso: le Highlands italiane

Del Gran Sasso si può dire poco. Semplicemente perché le mie parole non bastano a descrivere la bellezza selvaggia del luogo, i suoi vasti orizzonti delimitati da pareti di roccia nuda, i suoi silenzi, la vastità semidesertica dei pianori stepposi. Solo animali. Qualche pastore. Non è mai agiata la vita del pastore, ma qui forse ancora di meno, tra queste vastità disabitate che non offrono nulla se non silenzio e solitudine.

Qui ci sono le Highlands italiane.

E’ un posto aspro, che nello stesso tempo attira e respinge; un luogo da non sottovalutare se  vuoi esplorarlo in profondità e che tuttavia attira folle di gitanti in ogni fine settimana di bel tempo. Vengono per i panorami, per l’ aria buona, per il profumo degli arrosticini preparati sulle bancarelle a bordo strada. La folla però è tutta qui, lungo la strada e le sue piazzole.

Gran Sasso: le Highlands italiane

Perdendosi un po’ nell’ enorme altipiano di Campo Imperatore, si resta soli e si  seguono sentieri che portano a  rovine di chiese ed a laghetti che dissetano il bestiame. Attorno ci trovi  mucche, cavalli, asini, pecore. Poi pascoli immensi e gli immancabili cani pastori che non sempre restano indifferenti al tuo passaggio innocuo. Ma, d’ altronde, è il loro mestiere.

Eravamo giunti al culmine della nostra salita e da lì al rifugio e ad una bitta fredda ci attendeva ormai solo discesa quando ci hanno inseguiti. Ci eravamo fermati ad osservare perplessi lo scheletro completamente spolpato di un bovino. Una vista più da savana che da steppa. Il silenzio era perfetto ed intorno a noi non c’ era nessuno per chilometri. O almeno così credevamo. Tre grossi cani pastori bianchi sono spuntati fuori inaspettatamente, forse risalendo la collina esposta su cui eravamo. Li abbiamo sentiti abbaiare alle nostre spalle mentre avevamo già ripreso il cammino. Quando mi sono girato erano a mezzo metro da noi. Minacciosi. Poteva anche finire male. Ma evidentemente per loro basta così. Mentre noi continuavamo con lo stesso passo ad allontanarci, all’ improvviso come erano arrivati sono andati via, scomparendo dietro una balza.

Non c’ erano greggi in vista.

Gran Sasso: le Highlands italiane

Ocra è il colore di queste terre d’ estate. Macchiato di verde. D’ inverno domina la neve.

Il posto è talmente remoto che fu scelto per la prigionia di Mussolini dopo la riunione del Gran Consiglio. All’ epoca non c’ era neanche la strada, lì sopra ci si arrivava solo in funivia. La prigionia durò tuttavia poco, non avendo nessuno fatto i conti con un arrivo dall’ aria dei Tedeschi.

L’ albergo che aveva ospitato Mussolini è ancora lì, abbandonato ed in pessime condizioni. Un pezzo di storia maltrattato e dimenticato.

Ad altitudini più moderate, ai bordi dell’ altipiano, piccoli paesi di pietra ed aria,  portano ancora i segni del terremoto e di un rapido spopolamento.

Calascio accoglie i visitatori con balconi fioriti e stradine acciottolate, in una pace assoluta anche in piena estate. Qui le macchine non entrano, si può passeggiare con tranquillità, esplorare angoli nascosti, scoprire una bancarella che vende un pecorino da leccarsi i baffi e terminare la giornata divorando arrosticini. Non prima però di aver passeggiato fino alla rocca, borgo medievale posto in alto rispetto all’ abitato odierno. Oggi è stato trasformato in albergo diffuso e ricovero per turisti destinati ad inerpicarsi ancora in po’, verso lo scenografico castello che domina tutta la valle del Tirino e l’ altopiano di Navelli. Il maniero è stato sfondo di numerosi film, da Ladyhawke a Il nome della rosa.

Ci si arriva per un sentiero di pietra che odora di ginepro e fiori di liquirizia.

Poco oltre, la meraviglia ottagonale della Chiesa di Santa Maria della Pietà. Edificio rinascimentale che si dice sia stato costruito per ricordare la vittoriosa lotta degli abitanti contro una banda di briganti provenienti nientepopodimeno che dallo Stato Pontificio.

La vista al tramonto dall’ alto della rocca verso la cappella ed il massiccio del Gran Sasso credo che sia una delle più scenografiche d’ Italia. Non per niente National Geographic ha inserito Rocca Calascio nella lista dei 15 castelli più belli del mondo.

Ma non si vive di solo panorama e turisti estivi.

In cinquant’ anni la popolazione di Calascio è diminuita dell’ 80%, oggi è di poco superiore a 100 anime. Ad essere ottimisti. I cartelli VENDESI sono praticamente dappertutto.

Qui le condizioni di vita sono difficili, d’ inverno il freddo è polare, d’ estate l’  acqua è poca, negozi praticamente non ce ne sono, il distributore di benzina più vicino è a quasi dieci chilometri: bisogna spingersi fino agli oltre 1.300 metri di Castel Del Monte, il paese più alto della zona.

Il vecchio borgo di Castel Del Monte è bellissimo. Un villaggio fortificato costruito per essere allo stesso tempo nucleo abitato e rifugio. Niente mura di cinta però: le case mura, svolgevano contemporaneamente il ruolo di abitazioni e di strutture difensive. Le viuzze strette interne, le minuscole piazzette offrivano ulteriore riparo. Si chiamano sporti, questi vicoli che alla bisogna si tramutavano in  rifugio per le guarnigioni a difesa dell’ abitato.

A causa dei danni del terremoto del 2009, l’ intera parte alta del borgo è sostanzialmente off limits. Ma nonostante i lavori in corso, la passeggiata nel centro storico è suggestiva. Buona parte dei vicoli è coperta. Le stradine passano sotto le case, sempre in funzione difensiva. Il posto è pieno di angoli bui e squarci inaspettati. Di tanto in tanto, dalle aperture perimetrali, si scorge la valle e la Rocca di Calascio. Sopra la testa si può immaginare la vita quotidiana dei pochi abitanti ancora rimasti in queste case.

In tutta quest’ area, la fase di relativa prosperità collegata all’ allevamento delle pecore, è terminata da tempo; poi  è iniziata una lunga decadenza. In giro adesso ci sono soprattutto vecchi e probabilmente solo un razionale sfruttamento del potenziale turistico potrà salvare questi luoghi dal totale abbandono in qualche decennio.

L’ idea dello sfruttamento turistico sostenibile è venuta anche agli amministratori di Santo Stefano di Sessanio. Un altro paesino della zona, posto più in basso, ugualmente bello ed ugualmente danneggiato dalla storia e dal terremoto. Qui sono disponibile case gratis in fitto ai giovani che vogliono andare a stabilirsi nel paese ed avviare un’ attività. Ed in più una sommetta per i primi tre anni. Ottomila euro all’ anno. Più ventimila una tantum per far decollare l’ attività. Funzionerà?

Il bando è chiuso da poco, è presto per saperlo. Ma le precedenti esperienze in altri comuni delle case in vendita ad un euro a patto di ristrutturarle ed abitarle non hanno sortito grandi effetti, purtroppo.

Maggiore successo ha avuto il progetto di creare un albergo diffuso sfruttando gli innumerevoli alloggi rimasti vuoti in paese.

Anch’ esso borgo fortificato, il paese ha una lunga storia e nasce come  punto di sosta lungo i sentieri della transumanza. Durante il rinascimento fu dominio dei Medici che sfruttavano la lana  delle pecore del posto per lavorarla in Toscana e poi rivenderla in tutta Europa. Hanno lasciato una torre che domina il centro del paese ed il loro stemma con le palle sulla porta  d’ accesso. La torre è parzialmente crollata con il terremoto del 2009. Gru e barbacani testimoniano che i lavori di restauro sono finalmente iniziati, ma  fanno a pugni con il profilo medievale  del paese.

E’ proprio da questa torre che sembra partire la rete urbana del vecchio borgo, che si svolge ellitticamente avvolgendosi attorno al colle dove Santo Stefano è costruita. Anche qui, come a Castel del Monte, buona parte delle viuzze del centro antico passa sotto le case e dalle rare aperture il panorama è affascinante.

Tutt’ intorno ed a scendere verso la piana di Navelli la terra è ormai coltivabile, non come i pascoli più su. E se a Navelli fiorisce lo zafferano, qui si coltivano lenticchie, fagioli, farro e patate.

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