Apice, ghost town nostrana

Gli Americani a noi ci fanno un baffo. Almeno per quel che riguarda le città fantasma. Se ne fanno un vanto di quei borghi sperduti e disabitati fatti di case di legno e strade polverose. Ma da noi qui in Italia le città fantasma hanno strade acciottolate e case in pietra e mattoni, e per di più molte di esse furono costruite quando gli Stati Uniti erano ancora una colonia.

Vabbè, volevo solo distrarvi con un’ introduzione sciovinista, però quello che ho scritto è vero. Se siamo affascinati dalla solitudine, dall’ abbandono dal tempo che lascia i suoi segni sulla pietra, l’ Italia ha innumerevoli borghi abbandonati da offrirci. Ce ne sono di famosi, come Civita di Bagnoregio, e di meno conosciuti.

In Campania, la regione dove vivo, c’è una relativa abbondanza di piccoli borghi abbandonati e poco conosciuti, probabilmente i più interessanti, perché è qui che è davvero visibile – oltre che l’ abbandono – la solitudine. Non si è mai soli davvero se si è in un posto disabitato ma pieno di altri turisti. Provate invece voi ad avere un paese assolutamente tutto per voi. E’ possibile. Basta per esempio andare ad Apice, un comune di poche migliaia di anime in provincia di Benevento, proprio ai confini con la provincia di Avellino.

Se seguite le indicazioni stradali, arriverete nei pressi del municipio e rimarrete delusi: un paese abbastanza anonimo, moderno. Nei dintorni esistono antichi ponti romani (da queste parti passava la via Appia) e castelli dove avrebbe dormito Federico Barbarossa, ma il centro cittadino di Apice vi fa chiedere che ci siete venuti a fare. La risposta è semplice: avete sbagliato strada e siete giunti al nuovo insediamento urbano. Il vecchio paese sorge di fronte, su una collina lambita dalle acque del fiume Calore. Ha origini antiche, se ne hanno notizie sin dal Medio Evo, ma la sua storia ha un segno di cesura netto ed è datato 21 agosto 1962. Quel giorno, un forte terremoto colpì la Campania; arrecò molti danni e fece fortunatamente poche vittime, una ventina circa, ovvero una cifra irrisoria se comparata con i tremila morti del terremoto del 1980.

A seguito dei danni subiti, il paese fu dichiarato pericoloso ed inagibile, perché si temeva che potesse franare tutto il costone della collina dove sorgevano (e tutt’ora sorgono!) gli edifici. Gli Apicesi non furono per niente contenti dell’ ordinanza di sgombero, non avevano nessuna voglia di trasferirsi altrove e non credevano che la situazione fosse così pericolosa come veniva prospettata. E viene la tentazione di pensare che avessero ragione, perché – quasi cinquant’ anni dopo – la collina è ancora lì, non è mai franata, e le case sono ancora in piedi dopo decenni di abbandono.

La prevalenza della Natura. Apice

Il sisma colpì intorno alle 19,30 (stranamente alla stessa ora del terremoto del 1980, ma questa è un’ altra storia), più o meno nel momento in cui a quei tempi i contadini si preparavano per la cena. Quando avvertirono la scossa, gli abitanti fuggirono all’ aperto, lasciando le porte aperte e le tavole apparecchiate. Molti di loro non furono mai più autorizzati a tornare indietro; i deschi imbanditi, le cucine con gli sportelli aperti e le lattine dell’ olio sul ripiano, pronte per essere usate: tutto è rimasto così, cristallizzato per decenni. Poi, ai danni del tempo che scorre, si sono aggiunti ladri e vandali ed oggi non ci sono più tavoli e stoviglie, ma girando tra le abitazioni abbandonate si trovano innumerevoli segni di una vita quotidiana interrotta all’ improvviso: uno degli aspetti affascinanti di Apice Vecchia è proprio questa sensazione di cristallizazione del tempo.

Molti edifici sono ormai diroccati ma ce ne sono altri che sono ancora relativamente in buono stato, anche se hanno sofferto di un’ opera sistematica di depredazione: gran parte degli antichi portali in pietra, delle ringhiere in ferro battuto, degli occhi di bue sono stati asportati e venduti chissà dove. La stragrande maggioranza delle porte e dei portoni è stata forzata e si può quindi accedere abbastanza liberamente alle abitazioni, che non hanno quasi più niente di valore al loro interno. Ci si imbatte invece ancora in oggetti di uso quotidiano, dai mangiadischi, ai libri; ci sono armadi ancora con qualche brandello d’ abito appeso, cipolle lasciate ad essiccare ormai da troppo tempo, striscioni del Partito Socialista Italiano; in quella che fu l’ abitazione di un medico, svariate confezioni di chinino (serviva per combattere la malaria!), ed un forcipe.

Apice, la casa del dottore

Bambole ormai a pezzi, disegni di bambini alle pareti: se non fosse per lo strato di polvere che si è ormai depositato su ogni cosa, si potrebbe anche sognare che ci si sta introducendo furtivamente in una casa i cui proprietari potrebbero tornare da un momento all’ altro. Stando bene attenti a non toccare assolutamente nulla, all’ interno di queste abitazioni troveremo innumerevoli ispirazioni fotografiche e documentaristiche; le vecchie case hanno architetture tradizionali, i sottotetti in cannucciato, i muri decorati con fregi dipinti direttamente sull’ intonaco. Alcune stanze mantengono ancora gli arredi originali, ad esempio qualche cucina, ed in più ci sono i locali commerciali ed artigianali, un parrucchiere, un forno con gli impianti ancora parzialmente installati.

Aggirandosi per i vicoli assediati dalle erbacce e dalla vegetazione spontanea, può capitare anche di imbattersi in visioni anacronistiche. Ad esempio, dietro la saracinesca semidivelta di un garage, si intravede il rottame di una Fiat 126. Si tratta di un’ automobile che non era ancora in produzione nel 1962! Come ci è capitata lì?

La storia di Apice ha un’ appendice: qualche abitante testardo rifiutò di trasferirsi definitivamente nel nuovo nucleo urbano e continuò ad occupare la sua antica casa ancora per decenni, nonostante l’ insediamento fosse ufficialmente disabitato ed off-limits. Il terremoto del 1980, però, fu il colpo finale, che convinse quasi tutti a trasferirsi sulla collina di fronte, dove sorgeva il nuovo abitato. E nel 1980 le Fiat 126 erano in circolazione, altrochè se circolavano!

Però Apice non è del tutto vuota: nello spiazzo del castello, da poco restaurato, sopravvive un vecchio bar con il bancone di marmo ed i tavolini sotto un pergolato e poche centinaia di metri più avanti, lungo quello che era il corso del paese, c’è ancora una bottega aperta. Il vecchio barbiere di Apice non ha mai spostato la propria attività, e continua a viaggiare ogni giorno – assieme ai suoi clienti! – da Apice nuova ad Apice vecchia e continua ad alzare la saracinesca. Non solo: ormai è diventato il depositario delle chiavi del paese, perché è lui che apre i cancelli che bloccano l’ ingresso ai visitatori (ragioni di sicurezza) e permette l’ accesso ai suoi clienti, ed è lui poi che la sera richiude anche i cancelli e restituisce Apice al suo isolamento totale.

Tommaso il barbiere

Per fotografare ad Apice due accessori sono indispensabili: un treppiede ed un grandangolo. Molte foto saranno infatti scattate in interni, in stanze relativamente anguste ed in condizioni di scarsa luce. Ci saranno anche forti contrasti, perché l’ unica illuminazione sarà fornita dalla luce naturale proveniente dalle finestre, ed in questo caso ci potrà venire utile la tecnica dell’ HDR.

Anche in esterno il grandangolo ritornerà utile, perché ci aggireremo comunque quasi sempre tra stretti vicoli ed anguste piazzette. Non dimentichiamo vestiti a prova di graffio e scarpe robuste.

Apice, la sala biliardi

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